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per stare sempre attaccati ai
computer del bar tutto il giorno a scrivere lettere infarcite di parolacce.
"Er babbuino" era stato già fermato quando Cico
Brunello, il famoso disegnatore di fumetti de "Il culto di Star Trek", aveva
fatto quella fine orribile, il suo busto sporgeva dal pavimento di un corridoio:
una morte che citava l'episodio "Programma Amore" di "Star Trek The Next
Generation", attuata con una di quelle macchine che giocano con materia ed
energia che oggi chiunque può acquistare in un negozio di articoli per
l'edilizia. Er babbuino era quello che più di tutti criticava le strisce a
fumetti di Cico Brunello, dove l'artista prendeva in giro i difetti e le manie
dei fans di Star Trek. "Ci fa apparire come cretini" scriveva sempre.
"Topo sinistro" era invece stato il maggior sospettato per l'assassinio di Robert
Lombard, con il quale da tempo si scambiavano pubblici messaggi di insulti. Ogni
articolo di Robert Lombard creava discussioni, perché non era mai banale, ma le
sue critiche alla serie "Voyager" e al capitano Janeway, e le sue pittoresche
espressioni, causavano discussioni anche violente. Il medico legale stabilì che
era stato fulminato da una scarica elettrica, e il misterioso assassino aveva
reso “alla Star Trek” la sua morte facendo indossare al cadavere una “felpina
rossa” come quella del Guardiamarina di Star Trek freddato da un fulmine
nell’episodio “La mela”.
Da una parte noi di “Il culto di Star Trek”, gente che scrive liberamente su
storie fantastiche senza curarsi che di mettere nero su bianco le proprie
emozioni. Dall’altra parte un mondo spietato dove il lettore di turno esamina
ogni articolo e lo attacca perché non è come se lo avesse scritto lui.
E da qualche parte qualcuno che, come nei “Dieci piccoli indiani” di Agatha
Christie, ha messo in fila alcune statuine, e ad una ad una le elimina ogni
volta che una violenta morte Trek colpisce qualcuno della redazione de “Il culto
di Star Trek”. Anita Claythorne, ad esempio, non suscitava quasi mai polemiche,
ma una valanga di ammiratori osannava sempre i suoi scritti, era amata come una
rockstar per i suoi saggi su Deep Space Nine e sulla vita a bordo dell’Enterprise
D. Il giorno che il replicatore le fece avere un raktajino al cianuro si capì
che c’era anche qualcuno che non le voleva per nulla bene. “Il prezzo del
successo” si disse. Fu il secondo delitto in stile Trek che colpì la nostra
redazione, il primo che fece parlare di un possibile serial killer, e che portò
alla ribalta come primi sospettati la setta de “I testimoni di Gene”, fanatici
che odiavano tutto ciò che venisse chiamato “Star Trek” ma non fosse
direttamente scaturito dalla mente di Gene Roddenberry. Quelli che avevano messo
una bomba sotto la statua di Scott Bakula, per intenderci.
Ma il primo degli omicidi che colpirono “Il culto di Star Trek” non era stato
naturalmente associato ai contenuti della rivista. Albert Gordon Macarthur, noto
anche come “El porompompito” quando faceva il cantante di operetta, autore del
saggio “Come è bello guardare Star Trek in mutande
sgranocchiando noccioline caramellate” che aveva fatto raddoppiare i
lettori della rivista, era stato trovato schiacciato da una statua di Montgomery
Scott a grandezza naturale. Ma non associarono subito la sua morte violenta alla
sua attività di saggista trek, piuttosto ci si era orientati alla sua attività
come curatore di televendite.
El porompompito prometteva alle prime cinquanta telefonate che avessero ordinato
la “scarpiera ionizzatrice” una seconda scarpiera in omaggio, ma molti di quelli
che avevano poi ricevuto una scarpiera sola erano rimasti delusi, qualcuno era
pure furioso, anche perché l’omaggio “sicuro”, l’orologio che dava la data
astrale e suonava il tema di Enterprise andava sempre indietro e una volta su
due attaccava “Romagna mia”.
La certezza che si trattasse di una serie di delitti legati agli articoli a tema
Star Trek che suscitavano discussioni sulla rete mondiale si ebbe quando Sandra
Rogers, la curatrice della rubrica sui libri dedicati a Star Trek, dopo un
violento dibattito televisivo nella trasmissione “Tunnel spaziale a tunnel
spaziale” a proposito di un suo articolo sul libro
“Kirk si fa mezza Beverly Hills” , fu trovata con le parti del corpo
tutte mischiate da un teletrasporto crudelmente modificato, qualcosa di più
orribile di ciò che è descritto vagamente in “Star Trek The Motion Picture”,
anche perché i giornali non furono certo vaghi nel descrivere la cosa, e il
giornalista che indugiava su dove era finita la faccia di Sandra Rogers vinse
anche il premio “Enzo Biagi”.
Fu dopo questo orribile assassinio che Brent Malone, l’uomo che in questa
rivista faceva le pulci ai programmi olografici a tema Star Trek, si dotò di
quattro guardie del corpo. “Non te ne bastavano un paio?” gli chiesi. “Per
proteggere un corpo grande ci vuole una guardia del corpo grande” mi rispose. Ma
non bastò lo stesso. Malone, il giornalista che decretava la fine o il successo
di un programma olografico, stava testando un programma olografico ispirato a
“L’attacco dei Borg”, il serial killer aveva disattivato i meccanismi di
protezione, le guardie del corpo furono tutte assimilate dal collettivo Borg,
Malone fu assimilato a una lavatrice e mandato in corto circuito dopo un doppio
risciacquo e tre centrifughe.
Fu fatale per Morris Armstrong la critica al duecentododicesimo film di Star
Trek. Se ne parlò molto, moltissimo. “…ci è dispiaciuto
vedere i Cardassiani ridotti a macchiette, con i nuovi costumi dei Gul che
ricordano Renato Zero. E vorremmo dimenticare la nipote di Spock interpretata da
un’attrice che rivela troppo le sue origini calabresi quando urla
‘Thelethraspohrtho pehr dhue!’…” scriveva Armstrong in un numero
storico de “Il culto di Star Trek”. Gli fecero fare la fine di Tasha Yar ne “La
pelle del male”, la moglie lo trovò in garage avvolto e corroso da una strana
melma nera.
Jennifer Hamilton era la più prolifica delle nostre redattrici, e la più
attaccata dalle critiche provenienti dal Bar dello Zoo Galattico, qualunque cosa
scrivesse generava reazioni in ogni ambito culturale Trek. Il
Telegiornale
olografico della Quinta Rete si occupava spesso dei suoi saggi, oltre che della
sua famosa collezione di antibiotici, la più grande del mondo. Era stata lei ad
acquistare un Rocefin del 1997 per due milioni di crediti all’asta di Parigi.
Quando era oramai quasi una certezza che sarebbe stata una possibile vittima
delle morti “Trek” aveva dichiarato: “Non ho paura di nessuno, le sputazze dei
critici mi attaccano da anni, se proprio vogliono eliminarmi i vermacci devono
prima fare i conti col mio phaser, che tengo sempre a portata di mano
posizionato per uccidere”. La donna delle pulizie la trovò davanti al suo
computer, in ufficio. Sullo schermo ballonzolava la Voyager in uno screensaver
tridimensionale. In bocca aveva il suo phaser. “Soffocamento” disse il medico
legale.
“… e poi non ne rimase nessuno” dissi io, Cyril Wargrave, che da anni curo la
rubrica umoristica de “Il culto di Star Trek”. Anni a prendere in giro i
personaggi di Star Trek, gli attori, gli sceneggiatori.
Anni a far satira sugli episodi.
Anni a far emergere i vizi, i difetti, le manie degli appassionati di Star Trek.
I gruppi, le chat, i forum, i film, le trasmissioni televisive, i club di
appassionati. Tutti son stati bersaglio della mia satira.
Ma nessuno mai parla dei miei articoli. Mai una polemica, un attacco, un
dibattito infuocato. Nessuno a protestare, criticare, nessuna segnalazione sulle
altre riviste del settore. Niente.
Come se non mi leggesse nessuno. Come se non scrivessi nulla.
Ma di queste mie righe parleranno.
Cyril Wagrave sarà sulle prime pagine dei giornali, tutti i telegiornali
olografici ne discuteranno.
E al bar dello zoo galattico sarò finalmente io l’argomento del giorno, non più
i miei colleghi, nessuno dei miei colleghi. Che ad uno ad uno se ne sono andati,
delitto dopo delitto. Delitti artistici, modestia a parte. Delitti Trek, operati
da me per por fine al mio supplizio di vederli ogni giorno sempre più famosi,
generatori di polemiche, iniziatori di “argomenti”. Giù il sipario. Ai posteri
l’ardua sentenza.

Questo articolo è
tratto dal numero di Ottobre del 2002 di



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